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Acer monspessulanum L. 1753



famiglia: Sapindaceae
sinonimi: Acer trilobatum
nome comune: acero minore, acero di Monpellier, cestucchio



ETIMOLOGIA:    il nome del genere è coniato dal termine latino acer (duro, aspro) per la particolare durezza del legname.  L'epiteto specifico latino monspessulanum, dall'antico nome latino della città provenzale di Montpellier, sta ad indicare la particolare diffusione di questa pianta in quella zona









l'acero minore è un piccolo alberello od un grosso arbusto deciduo dalla lenta crescita, alto in genere fino a 5-6 metri (raramente arriva a 10), originario delle zone submontane e collinari delle aree adiacenti al bacino del Mediterraneo, presente allo stato spontaneo anche in Italia dove lo si trova sporadicamente nelle basse e medie colline, sempre localizzato in stazioni dove, per l'esposizione o la natura del terreno, possa godere delle migliori condizioni di riscaldamento. Infatti tra tutti gli aceri europei, oltre ad essere quello dalle minori dimensioni, è quello che presenta le più spiccate caratteristiche xerofile, essendo molto resistente alla siccità ed esigente in fatto di temperatura. Proprio per questi motivi vegeta in tutto il bacino mediterraneo, estendendosi a nord fino a 50° di latitudine nella Germania occidentale ed in Francia, ad oriente fino al Caucaso, alla Persia e al Turkestan, mentre a sud interessa l'Africa settentrionale e ad ovest tutta la penisola iberica. In Italia si ritrova nel Carso, nelle Prealpi calcaree del Veneto e della Lombardia e dall'Appennino modenese fino alla Calabria, nella Maremma Toscana e Laziale, in Sicilia e Sardegna.
La resistenza alla siccità fa dell'acero minore una pianta molto adatta al rimboschimento di terreni secchi, anche rocciosi, dove poche altre specie di latifoglie riuscirebbero a vegetare vigorosamente. L'accrescimento è però, come in tutte le specie xerofile, piuttosto lento e limitato.
L'impiego a fini ornamentali è abbastanza scarso, anche se le piccole dimensioni della pianta e la forma compatta della chioma, il mutare del colore del fogliame nelle diverse stagioni, quello rosso purpureo dei frutti in primavera ne fanno una pianta dall'aspetto molto decorativo, adatta a piccoli giardini anche privi di irrigazione


la corteccia è liscia e di colore grigio-cenere in gioventù, poi grigio-bruna e minutamente fessurata. I rami sono eretti o patenti, con rametti opposti cilindrici di colore rosso-cinerino o verdognoli e gemme piccole, rosso-brune, con squame glabre cigliate ai margini



le foglie sono opposte, lucide, un po' coriacee, tipicamente trilobate, con picciolo lungo quanto la lamina, col lembo fogliare largo 4-7 centimetri e lungo 3-5, glabro sulle due pagine, a lobi ben evidenti di norma interi, per lo più ottusi. Talvolta le foglie più giovani possono presentare due piccoli lobi laterali supplementari. In autunno assumono colorazioni che vanno dal giallo all'arancio al rosso


la fioritura è pressoché insignificante dal punto di vista ornamentale. I fiori ermafroditi, che compaiono in aprile prima delle foglie, sono portati in corimbi lassi di colore giallo-verdognolo, inizialmente eretti, poi penduli, con peduncoli lunghi 2-4 centimetri. I sepali ed petali sono poco diversi tra loro, verdastri, glabri, obovati (4-5 millimetri). ogni fiore ha 8 stami ad antere gialle con filamenti glabri ed un ovario peloso, il cui stilo porta alla sommità due stimmi



 i frutti sono disamare con ali quasi parallele a formare una U, lunghe 2-3 centimetri, a base strozzata, glabre, spesso rossicce a maturità

Acer platanoides L. 1753



famiglia: Sapindaceae
nome comune: acero riccio, acero platanoide, acero della Norvegia




ETIMOLOGIA:    il nome del genere è coniato dal termine latino acer (duro, aspro) per la particolare durezza del legname. L'attributo specifico latino platanoides sta ad indicare la somiglianza delle foglie di questa pianta a quelle del platano









l'acero riccio è uno dei più grandi aceri europei, un albero di dimensioni medio-grandi (fino a 30-35 m di altezza), con portamento espanso e chioma regolare e folta. E' diffuso spontaneamente in gran parte dell'Europa, dai Pirenei fino agli Urali ed al Caucaso, arrivando a Nord fino ai limiti meridionali della Scandinavia.In Italia lo troviamo nelle Alpi e nell'Appennino centro-settentrionale, dove vive in ambienti collinari e montani fino a 1000 m di altitudine, sporadico od in piccoli gruppi, nei boschi misti di latifoglie, in ambienti umidi e luminosi, su suoli profondi e freschi. E' un albero molto importante nel paesaggio europeo, per la fioritura (è l'unica specie di acero in cui questa ha un valore ornamentale) e per il fogliame, che diventa color giallo vivo in autunno.
L'acero riccio è un bell'albero (anche se alcune sue varietà ornamentali sono cespugliose, con chioma bassa a forma conico-piramidale) dal tronco dritto e ben ramificato generalmente nella sua parte più alta, coi rami che formano una chioma inizialmente piramidale, poi allargata, ovoidale e densa. I rametti sono bruno-giallastri e in primavera verdastri, glabri, lucidi e senza pruina. È pianta rustica, resistente alle gelate tardive, in quanto comincia a vegetare tardi, ed indifferente al tipo di terreno, purchè profondo.
Predilige posizioni luminose e fresche ed ha una crescita molto veloce. Resiste molto bene all'inquinamento atmosferico, in particolare al fumo ed alle polveri.
L'apparato radicale e ampio e robusto con radici che penetrano verticalmente in profondità; non produce polloni radicali, ma se ceduato ricaccia bene dalla ceppaia. Tollera molto bene i suoli calcarei.
Il legno non è pregiato come quello dell'acero di monte, ma le sue foglie un tempo costituivano un ottimo alimento per il bestiame. Oggi è coltivato in filari lungo le strade di campagna ed in città nei parchi e nei parcheggi come pianta da ombra. Nei giardini di dimensioni più piccole si possono impiegare varietà di acero riccio dalla crescita più contenuta.
L’alta adattabilità di questa specie la rende idonea a svariati utilizzi sia come esemplare isolato, sia in gruppi od in filari (ideale una distanza di 10 metri sulla fila). Si può utilizzare in parcheggi, in viali stradali, in giardini di aree residenziali od in parchi. Questa specie riesce a crescere bene in aree urbane dove sono frequenti l’inquinamento chimico e di particolato, lo scarso drenaggio, il costipamento del terreno e la carenza d’acqua
Le malattie dell’acero riccio sono quelle classiche degli aceri. Il mal bianco non è di solito molto importante ma nelle varietà a foglia rossa anche un leggero attacco è dannoso, perché le macchioline biancastre del fungo deturpano subito il rosso puro delle foglie. Una malattia pericolosa è invece la verticilliosi, che dissecca interi rami e talvolta l’intera pianta. Quando ci si accorge di rami che iniziano a seccare, anche in piena estate, occorre tagliarli via immediatamente ed allontanarli possibilmente bruciandoli.



la corteccia inizialmente è liscia, di color bruno-giallastro, poi con l'età si fessura longitudinalmente, con striature di colore giallastro, però non distaccandosi in placche





le foglie hanno forma simile a quelle del platano, semplici, caduche, opposte, palmato-lobate, a base cuoriforme e 5 lobi con bordi acuti, appuntiti e dentati (la punta è leggermente ricurva) e seni ottusi, lunghe e larghe 10-15 cm, con picciolo rossastro lungo circa 10 cm. La lamina è intera, sottile e di consistenza erbacea. La colorazione è verde brillante su entrambe le pagine, leggermente più intensa su quella superiore. In autunno assumono un'intensa colorazione gialla molto suggestiva, che crea piacevoli macchie di colore nei boschi e nei giardini




a differenza degli altri aceri la fioritura è abbastanza appariscente, con fiori portati in corimbi eretti, bisessuali e unisessuali sulla stessa infiorescenza, glabri, di colore giallo-verdastro, con 8 stami inseriti nella parte centrale del disco. La fioritura avviene poco prima della fogliazione in aprile-maggio; l'impollinazione è entomofila ed i fiori sono molto ricercati dalle api



i frutti sono disamare, cioè infruttescenze formate ciascuna da due samare con ali contrapposte, con un lungo peduncolo ed ali lunghe 4-5 cm, sottili a base non ristretta, formanti un angolo di 165°. Maturano in autunno (settembre-ottobre)




Vinca minor L. 1753



famiglia: Apocynaceae
sinonimi:  Vinca humilis, Vinca intermedia, Vinca ellipticifolia 
nome comune: pervinca minore




ETIMOLOGIA:   il nome generico proviene dal verbo latino vincire (avvincere, legare) per i lunghi fusti sterili, sottili e prostrati, che si avvincono al suolo e probabilmente si riferisce anche al fatto che le pervinche erano anticamente utilizzate per intrecciare le ghirlande con cui le giovinette amavano cingersi il capo. L'attributo specifico è l'aggettivo comparativo latino minor (più piccola), riferito alle minori dimensioni di questa specie rispetto alla Vinca major






la pervinca minore è una specie erbacea perenne o suffruticosa alta 10-30 cm e larga oltre un metro, originaria dell'Europa ed anche dell'Italia, dove è presente allo stato spontaneo in tutte le regioni, ad eccezione della sola Sardegna, fino ad un'altitudine di 1330 metri. È una pianta tipica del sottobosco, dal portamento prostrato ed i fusti striscianti, che predilige zone ombrose e fresche, sotto alberi, arbusti o siepi. Non ama i climi troppo caldi ed i terreni poveri ed asciutti. Se lasciata crescere indisturbata forma vasti tappezzamenti, con un intrico di radici e di rami che ricopre completamente il terreno, proteggendolo da fenomeni erosivi in caso di pendenze accentuate. Può quindi essere facilmente impiegata in giardino per coprire il terreno in posizioni semi-ombreggiate ed umide



la pervinca minore ha fusti stoloniferi e sterili, lignificati, che corrono lungo il terreno ed emettono radici avventizie ai nodi, e fusti fertili, erbacei ed eretti, che portano foglie e fiori. Le foglie sono semplici, opposte, brevemente picciolate, glabre, ellittiche o lanceolate, con margine intero ed apice acuto, coriacee e lucide superiormente, di colore verde scuro, più chiare nella pagina inferiore



i fiori sono solitari, ascellari, su peduncoli di 1-1,5 cm all'ascella di corti rametti ascendenti. La corolla è composta da 5 petali con l'apice troncato obliquamente, di un inconfondibile colore blu pervinca. la fioritura è tra febbraio ed aprile, con una possibile seconda fioritura in autunno

 
la pervinca non ha impieghi alimentari in quanto tutte le parti della pianta sono velenose per la presenza, oltre che di sostanze non tossiche come flavonoidi, firosteroli e tannini, di saponine ed alcaloidi indolici (in particolare vincristina, vinblastina e pervincina): in caso di ingestione di parti della pianta i sintomi precoci compaiono entro le 24 ore e sono a carico dell'apparato digerente, con nausea, diarrea, vomito e febbre, mentre i sintomi tardivi (entro una settimana) consistono in cefalea, insonnia, delirio, allucinazioni, convulsioni e coma.
In cosmesi e foglie hanno una blanda attività antinfiammatoria e possono essere utilizzate per eczemi, foruncoli e nelle dermatosi. Un infuso di foglie, nell’acqua del bagno o come impacco da applicare sul viso, ha un effetto calmante su pelli delicate ed irritabili.
La pervinca è sfruttata in campo farmacologico in quanto gli alcaloidi indolici vincristina e vinblastina sono dotati di azione antitumorale, venendo utilizzati come chemioterapici. Trova anche impiego nelle affezioni vascolari che limitano l’afflusso del sangue al cervello e nei casi di diarrea, epistassi, ferite, ipertensione, tonsillite e leucemia.


Attenzione !!
Questi non sono consigli medici!! Usate eventuali prodotti con cautela e solo secondo le prescrizioni del medico o dell’erborista
 

 vedi anche:     Vinca minor 'Marie'     Vinca major     Vinca major 'Variegata'   



Vinca major L. 1753



famiglia: Apocynaceae
sinonimi:  Vinca grandiflora, Vinca ovatifolia, Vinca pubescens 
nome comune: pervinca maggiore




ETIMOLOGIA:  il nome generico proviene dal verbo latino vincire (avvincere, legare) per i lunghi fusti sterili, sottili e prostrati, che si avvincono al suolo e si legano tra loro. L'attributo specifico è l'aggettivo comparativo latino major (più grande), riferito alle maggiori dimensioni di questa specie rispetto alla Vinca minor







la pervinca maggiore è una pianta erbacea perenne o suffruticosa sempreverde, alta fino a 25-50 centimetri, originaria delle regioni europee che si affacciano nel Mediterraneo Centro-occidentale, dalla Dalmazia alla Spagna. In Italia è diffusa allo stato spontaneo in tutte le regioni, ad eccezione della sola Sardegna, in prati incolti, terreni e giardini abbandonati, boschi di latifoglie (soprattutto di querce) fino ad 800 metri di altitudine. È ampiamente coltivata in tutte le regioni come pianta ornamentale dalle caratteristiche tappezzanti, in quanto i suoi rami e le sue radici creano un fitto intreccio che ricopre l'intero terreno anche in zone ombrose, dove poche altre piante riescono a vegetare. Tale intreccio può rivelarsi utile anche a trattenere il terreno superficiale su zone particolarmente scoscese. Predilige posizioni ombrose o semi-ombreggiate e si adatta a qualsiasi terreno da giardino ben drenato ma non troppo secco, meglio se fresco ed acido. Resiste piuttosto bene sia alle fredde temperature invernali sia al calore estivo, purchè si trovi in ombra. Va annaffiata abbondantemente in primavera, in estate e per parte dell’autunno, evitando però che il terreno sia troppo bagnato e che ci siano ristagni d’acqua, che sono dannosi per la pianta. In tardo autunno e in inverno le annaffiature vanno ridotte ed è meglio lasciare il terreno solo leggermente umido



la pervinca è una specie suffruticosa, con fusti più vecchi lignificati, prostrati, che emettono ai nodi radici avventizie, mentre quelli più giovani sono eretti ed erbacei. Le foglie sono opposte, persistenti, picciolate, più ovate alla base degli steli ed ovato-lanceolate verso l'apice, lucide, lunghe 3-9 centimetri e larghe 2-6, di colore verde più o meno scuro e glabre sulla pagina superiore, più chiare in quella inferiore, opache e talvolta pubescenti vicino alla nervatura mediana




i fiori sono ermafroditi, ascellari e solitari, peduncolati, larghi 3-5 centimetri, di colore azzurro-violetto con un anella bianco alla base. Il calice è gamosepalo e suddiviso superiormente in 5 lacinie lesiniformi, mentre la corolla è gamopetala nella parte basale, a formare un tubo a sezione pentagonale lungo fino a 2 centimetri, con 5 lobi asimmetrici, ristretti gradualmente verso la base, troncati ed erosi all'apice. I 5 stami sono inseriti nel tubo corollino. La fioritura è in marzo-aprile e se le condizioni climatiche sono favorevoli può ripresentarsi anche a settembre.
Il frutto è composto da due follicoli divergenti saldati alla base, grossolanamente torulosi, e che si aprono lungo la sola linea ventrale di sutura


 
la pervinca non ha impieghi alimentari in quanto tutte le parti della pianta sono velenose per la presenza, oltre che di sostanze non tossiche come flavonoidi, firosteroli e tannini, di saponine ed alcaloidi indolici (in particolare vincristina, vinblastina e pervincina): in caso di ingestione di parti della pianta i sintomi precoci compaiono entro le 24 ore e sono a carico dell'apparato digerente, con nausea, diarrea, vomito e febbre, mentre i sintomi tardivi (entro una settimana) consistono in cefalea, insonnia, delirio, allucinazioni, convulsioni e coma.
In cosmesi e foglie hanno una blanda attività antinfiammatoria e possono essere utilizzate per eczemi, foruncoli e nelle dermatosi. Un infuso di foglie, nell’acqua del bagno o come impacco da applicare sul viso, ha un effetto calmante su pelli delicate ed irritabili.
La pervinca è sfruttata in campo farmacologico in quanto gli alcaloidi indolici vincristina e vinblastina sono dotati di azione antitumorale, venendo utilizzati come chemioterapici. Trova anche impiego nelle affezioni vascolari che limitano l’afflusso del sangue al cervello e nei casi di diarrea, epistassi, ferite, ipertensione, tonsillite e leucemia.


Attenzione !!
Questi non sono consigli medici!! Usate eventuali prodotti con cautela e solo secondo le prescrizioni del medico o dell’erborista
 

 vedi anche:     Vinca major 'Variegata'    Vinca minor     Vinca minor 'Marie'

Urtica dioica L. 1753



famiglia: Urticaceae
sinonimi: Urtica hispida, Urtica major, Urtica pubescens
nome comune: ortica comune, ortica




ETIMOLOGIA:  il nome generico proviene dal verbo latino urere (bruciare), con riferimento alla ben nota caratteristica della pianta di irritare la pelle. L'attributo specifico latino dioica è riferito al fatto che la pianta porta fiori maschili e fiori femminili su piante diverse







l'ortica comune è una pianta erbacea perenne, decidua, alta da 30 centimetri fino a 2 metri, conosciuta ed utilizzata sia a scopo alimentare sia come pianta medicinale fin dai tempi più remoti, si pensa addirittura dall'età della pietra. È una specie cosmopolita, ampiamente diffusa nelle zone temperate di tutto il mondo e così anche in Italia, vegetando dalla pianura alla montagna in luoghi parzialmente ombreggiati, negli incolti e tra i ruderi, nei boschi e lungo le strade, prediligendo i luoghi antropizzati, molto ben conosciuta anche dai bambini per via dei peli urticanti che ricoprono tutta la pianta. Si adatta a tutti gli ambienti e cresce bene un po' dappertutto, prediligendo i terreni ricchi di azoto e di sostanza organica e sopportando egregiamente il freddo, la siccità e tutte le intemperie. È una pianta molto rustica e poco soggetta agli attacchi di parassiti e patogeni. Fino ad oggi è stata scarsamente coltivata, pertanto non sono segnalate particolari patologie. Allo stato spontaneo si possono notare sulle piante attacchi di oidio e di ruggine, di afide verde e di metcalfa




la pianta dell'ortica ha un rizoma strisciante e ramificato, cavo all'interno, dal quale si dipartono fusti eretti e vigorosi, solitamente non ramificati, a sezione quadrangolare e ricoperti di peli urticanti. Le foglie sono opposte, picciolate e provviste di 4 stipole, di forma ovale oblunga, cordate alla base ed acuminate all'apice, dal margine grossolanamente dentato. Tutto il lembo fogliare è fornito nella pagina inferiore, prevalentemente in prossimità delle nervature, di peli corti e semplici ed altri lunghi e rigidi, urticanti, che spezzandosi al minimo contatto secernono un liquido irritante per la pelle, composto principalmente da acetilcolina, istamina, serotonina, ed acido formico



come già detto la specie è dioica, per cui troveremo piante con fiori unicamente maschili e piante con fiori unicamente femminili. I primi sono riuniti in spighe erette, mentre i secondi formano spighe pendule. Entrambi i fiori hanno un colore bianco-verdastro ed hanno 4 tepali che proteggono l'ovario o gli stami. La fioritura è da maggio ad ottobre




USO ALIMENTARE ED OFFICINALE: in cucina l'ortica può essere impiegata cruda in insalata oppure nella preparazione di frittate, minestre, ravioli, risotti. La polvere ottenuta dalle foglie essiccate può essere sparsa sul cibo. I getti giovani e freschi sono i migliori da utilizzare, in quanto più teneri e facili da consumare. Il momento migliore per coglierli è dopo una pioggia, il periodo più adatto è la primavera (quando conviene anche farne una buona scorta per l'inverno), o l'autunno quando, dopo il taglio, crescono i nuovi getti. Naturalmente data la caratteristica di queste piante è necessario munirsi di forbici e guanti. Tutta la pianta dell'ortica contiene elevate dosi di clorofilla, di vitamine (in particolare C, A e K), di sali minerali (azoto, ferro, calcio, magnesio, fosforo, silicio) e di sostanze come lectina, acido folico, acidi fenolici, lignani, steroli vegetali e flavonoidi. Tali sostanze hanno dimostrato una spiccata attività contro l'ipertrofia prostatica benigna, inibendo fortemente il proliferare delle cellule di quest'organo. La lectina esercita anche un'azione antiflogistica molto forte, in particolare contro le malattie reumatiche. L'alta concentrazione di sali minerali dona all'ortica proprietà diuretiche, depurative ed alcalinizzanti, utili in caso di gotta e di calcoli renali. L'alto contenuto in ferro è utile in caso do anemia. L'insieme di tutte le sostanze contenute nell'ortica, non ancora ben studiato e conosciuto, dimostra anche avere azione vasocostrittrice ed emostatica, antiasmatica, digestiva, astringente, ipoglicemizzante, galattogena (aumento della produzione del latte materno) ed emolliente. Per uso interno possono essere impiegati il succo fresco centrifugato oppure infusi, tisane e decotti.
Per un uso esterno lozioni, impacchi e tamponi di succo d'ortica sono efficaci contro affezioni croniche della pelle (eczemi, eruzioni ed acne) e contro la caduta dei capelli, rigenerando e rendendo più bella la pelle.
Per il contenuto dei suoi tessuti l'ortica è una pianta molto usata in agricoltura biologica sia come antiparassitario che come ammendante del terreno

Attenzione !! Questi non sono consigli medici!! Usate eventuali prodotti con cautela e solo secondo le prescrizioni del medico o dell’erborista


Trifolium pratense L. 1753



famiglia: Fabaceae
sinonimi: Trifolium arvense
nome comune: trifoglio comune, trifoglio rosso




ETIMOLOGIA:  il nome generico proviene dall'unione del prefisso latino tri- (tre) col sostantivo folia (foglia), per le foglie composte tipicamente ternate, cioè formate da tre foglioline. L'attributo specifico latino pratense (dei prati) è riferito all'habitat preferito dalla pianta 







il trifoglio comune è una pianta erbacea perenne originaria dell'Europa, dell'Asia occidentale e dell'Africa settentrionale, ormai diffusissima in tutto il mondo come pianta spontanea oppure coltivata come ottima specie foraggera, distribuita prevalentemente nelle ragioni temperate o sub-tropicali, in quanto rifugge condizioni di eccessiva aridità od umidità nel suolo. Anche in Italia cresce spontanea e la si può trovare ovunque, dal livello del mare fino ai 3000 metri d'altitudine, nei prati, lungo i sentieri, nelle radure e nei pascoli di pianura e di montagna. Nei prati ornamentali è generalmente considerata una pianta infestante. È una pianta poco longeva: nei paesi nordici, dove trova condizioni climatiche favorevoli, dura fino a 4 anni, mentre in Italia vive solitamente un paio d’anni e produce solo al secondo anno.
L'altezza della pianta può variare dai 20 agli 80 centimetri. Resiste molto bene alla basse temperature e mal si adatta ai climi caldi e secchi, a causa dell'apparato radicale piuttosto superficiale. Preferisce terreni freschi e fertili, ma vive bene anche in terreni pesanti ed argillosi, indifferentemente dal grado di acidità. Come tutte le leguminose è in grado di migliorare il tasso di fertilità del terreno, in quanto ospita in appositi tubercoli radicali i cosiddetti 'batteri azotofissatori' (Rhizobium leguminosarum), microrganismi simbionti in grado di captare l'azoto atmosferico (inutilizzabile dalle piante) trasformandolo in azoto ammoniacale o sotto forma di nitrati, disponibile quindi per l'assorbimento radicale, incrementando di conseguenza la fertilità del terreno. Infatti com'è noto l'azoto è indispensabile a tutte le piante per la formazione delle proteine, che costituiscono lo scheletro o struttura portante della pianta stessa. Proprio per questo si coltivava il trifoglio per poi praticare il cosiddetto 'sovescio', una pratica agronomica atta ad aumentare il contenuto di sostanza organica e di azoto nel terreno agricolo


la radice del trifoglio comune è costituita da un corto fittone molto ramificato ed abbastanza superficiale, ricco di tubercoli. Da essa si originano steli erbacei leggermente pubescenti, eretti o più o meno prostrati, talvolta rossastri, alti fino ad 80 centimetri. Le foglie, anch'esse delicatamente tomentose, sono alterne e composte, picciolate (1-4 centimetri), tipicamente ternate, con tre foglioline ovaleggianti lunghe 1,5-3 centimetri e larghe 0,8-1,5 centimetri, di colore verde pallido e presentanti una caratteristica macchia bianca a forma di V nella zona centrale della lamina




i fiori papilionacei, piccoli e tubulosi (10-15 mm), sessili, di colore variabile dal rosa al violetto, sono riuniti in dense infiorescenze (80-100 fiori) sferiche, a capolino, che compaiono all'apice degli steli da maggio ad ottobre. Il frutto è un piccolo legume di forma ovale e compressa, coperto o appena sporgente dai resti membranosi del calice, contenente un seme di forma globoso-triangolare, quasi a pera, di colore variabile dal giallo-verde al violetto con la plantula (piantina germinata dall’embrione) molto appariscente. Ogni singolo fiore è profumato e molto ricco di nettare, costituendo una grande attrattiva per gli insetti (solitamente api o bombi), che fungono anche da impollinatori, in quanto i fiori sono autosterili e perciò l’impollinazione non può che essere incrociata. Dal fiore di trifoglio le api producono un ottimo miele



USO ALIMENTARE ED OFFICINALE: l'intera pianta può essere utilizzata anche in cucina per gustose insalate o per insaporire minestre un po’ inusuali. I suoi fiori, in particolare, si possono servire gratinati o nelle misticanze (mescolanze di fiori e insalatine verdi).
Già conosciuto da Greci e Romani per le sue notevoli proprietà medicamentose, il trifoglio viene oggi largamente usato in fitoterapia. Le parti aeree della pianta (da cogliere solo durante la fioritura) contengono infatti, tra le altre sostanze, alcuni isoflavoni (biocanina, daidzeina, genisteina e formononetina), fitormoni simili agli estrogeni validi per rallentare l'invecchiamento di cute e mucose. Tali estrogeni inoltre si sono rivelati efficaci per la cura di disturbi caratteristici delle donne in menopausa, quali vampate di calore, sbalzi di umore e depressione, osteoporosi, malattie cardiovascolari. In anni recenti gli ormoni estratti dal trifoglio hanno trovato impiego contro le disfunzioni erettili e l'ipertrofia prostatica nell'uomo. Sembra addirittura che la genisteina abbia la capacità di inibire la crescita dei tumori,
Viene riportata anche una buona proprietà antiossidante esercitata da altre sostanze (vitamine, polifenoli e flavonoidi) contenute nel trifoglio, che aiutano ad eliminare le tossine sia a livello epatico che intestinale, stimolando le difese immunitarie ed aiutando nei problemi cutanei come eczemi, psoriasi, acne e altre forme di dermatite,.
I fiori invece hanno un effetto espettorante, ripuliscono le vie aere, curano le affezioni polmonari, la laringite, la bronchite, la tosse secca e la pertosse.


Attenzione!! Questi non sono consigli medici!! Usate eventuali prodotti con cautela e solo secondo le prescrizioni del medico o dell’erborista



Pancratium maritimum L. 1753



famiglia: Amaryllidaceae
sinonimi: Pancratium angustifolium
nomi comuni: giglio di mare, pancrazio, narciso marino




ETIMOLOGIA: il nome generico proviene dall'unione dei termini greci pan (tutto) e krátos (forza), per le presunte virtù terapeutiche della pianta. L'attributo specifico latino maritimum (marino) si riferisce all'habitat naturale della specie







il giglio marino è una pianta erbacea bulbosa alta fino a 50 centimetri che cresce spontanea negli arenili e nelle dune costiere italiane e mediterranee sud-occidentali, sulle rive del Mar Morto, nonché sulle coste atlantiche del Portogallo e sulla costa meridionale del Mar Nero, che può anche essere coltivata nei giardini, in particolare quelli vicino al mare. In Italia la si può trovare allo stato selvatico nelle dune e nelle spiagge tirreniche (in Liguria e dalla Toscana in giù), in quelle adriatiche (Molise e Puglia), ioniche ed in quelle delle due isole maggiori (particolarmente diffuso in Sardegna, assieme al P. illyricum). Purtroppo questo fiore, così come altre piante 'psammofile' (tipiche delle sabbie ad altra concentrazione di salsedine), sta diventando ormai sempre più raro a causa dell'antropizzazione dei litorali, che provoca una  progressiva scomparsa delle dune sabbiose che costituiscono la sua dimora prediletta. Per questo motivo in molte zone è considerato specie protetta ed è assolutamente proibito raccogliere le piantine oppure asportarne i fiori od i bulbi.
Nei giardini cresce facilmente a patto di fornirgli posizioni riparate, estremamente calde e soleggiate e terreni molto sciolti, quasi sabbiosi, assai ben drenati. Tollera periodi anche molto prolungati di siccità e per arrivare alla fioritura esige estati molto calde, tendendo a ridurre la produzione di fiori nei climi più freschi. In inverno sopravvive a temperature fino a -5°C: la parte aerea scompare e dissecca, mentre il bulbo, allungato e largo circa 5-6 centimetri, rimane quiescente sotto la sabbia.
Durante la crescita le annaffiature devono essere regolari fino alla fioritura, poi quando le foglie cominciano ad appassire, occorre sospenderle completamente. Alla fine dell'estate, quando le foglie si sono seccate completamente, le piante possono essere propagate: si dividono i bulbilli e si ripiantano in vasetti di 8-10 centimetri di diametro, rinvasandole ogni anno fino a quando sono in grado di fiorire, quindi si mettono a dimora. Le piante adulte non amano il trapianto e, nel caso questo fosse necessario, è assai importante non rovinarne radici carnose


i bulbi, simili a quelli dei narcisi, sono relativamente grandi, frequentemente hanno un collo lungo, e sono coperti di catafilli cartacei di colore marrone chiaro. Il fusto è dato dallo scapo fiorale, robusto e compresso, terminante con una 'spata' a due valve che avvolge la base dei tubi fiorali. Le foglie sono basali, nastriformi, larghe 1-2 centimetri e lunghe fino a 60, spesso ripiegate longitudinalmente a doccia o ritorte a spirale, di colore verde-grigio, presenti in numero di 5-6 per ogni bulbo



i fiori, simili a quelli del narciso, sono profumati, di colore bianco puro e, come in tutte le bulbose, non hanno un calice ed una corolla distinti tra loro (perianzio composto di sepali e petali) ma un perigonio formato da 6 tepali petaloidei concresciuti per due terzi della loro lunghezza a formare un tubo fiorale lungo 5-8 centimetri, stretto e di colore verde. Nel terzo superiore si allargano ad imbuto in sei lacinie lineari bianche, concresciute fino a metà e con una costolatura verde. Come nei narcisi è presente una 'paracorolla', formata da 6 lobi biforcati all'apice, che danno origine a 12 denti triangolari. Contrariamente al narciso gli stami non partono dal fondo della corolla: infatti alla sommità dei lobi troviamo inseriti 6 stami molto evidenti, che escono dalla paracorolla mostrando una antera arcuata di colore giallastro.
I fiori del pancrazio compaiono da luglio a settembre e sono riuniti in ombrelle aventi ciascuna da 3 a 10 elementi. Il loro profumo è particolarmente percettibile nelle ore serali e notturne, in assenza di vento.
L'impollinazione avviene tramite un lepidottero sfingide chiamato Agrius convolvoli, che curiosamente riesce a visitare il fiore solo quando la velocità del vento è inferiore ai 2 metri al secondo


da ogni fiore dell'infiorescenza prende origine un frutto, cosicchè troviamo alla sommità del vecchio scapo fiorale un gruppo di capsule obovoidali e triloculari di 2-3 cm di lunghezza, ognuna delle quali contiene numerosi semi neri


PROPRIETA' OFFICINALI: la medicina tradizionale in Africa ed in Asia  sfrutta le proprietà curative del giglio di mare, proprietà che erano già note in Europa fin dall'antichità: tuttavia la pianta è da considerarsi potenzialmente velenosa per ingestione in quanto contiene alcaloidi tossici molto potenti, in particolare pancratistatina e  tazzetina, con proprietà allucinogene e cardiotossiche 
In caso di intossicazione non indurre il vomito ma, anche in assenza di sintomi, portare la persona intossicata al più vicino Pronto Soccorso e contattare un centro antiveleni.